giovedì 19 maggio 2011

Clinica dell'abbandono

Un ringraziamento a Luisa  per avermi fatto conoscere questo libro di Alda Merini... :)


IL SUO SPERMA


Il suo sperma bevuto dalle mie labbra
era la comunione con la terra.
Bevevo con la mia magnifica
esultanza
guardando i suoi occhi neri
che fuggivano come gazzelle.
E mai coltre fu più calda e lontana
e mai fu più feroce
il piacere dentro la carne.
Ci spezzavamo in due
come il timone di una nave
che si era aperta per un lungo viaggio.
Avevamo con noi i viveri
per molti anni ancora
i baci e le speranze
e non credevamo più in Dio
perché eravamo felici.




Leggere un libro di Alda Merini è come entrare in una stanza le cui pareti, a seconda del momento, ti sbattono a terra con una furia vorticosa, per rabbia, vendetta, per grande espiazione o si aprono in archi pieni d'aria e gratitudine, di canto larghissimo e fecondo. E mai, mai all'entrata ci si aspetta quello che dopo ci succede. Tutto arriva in faccia e coglie di sorpresa: la sua benedizione per un bacio impresso nella bocca come fuoco o il suo maledire gli abbandoni, gli sguardi mancati, le prove del disamore.

A leggerla, se non fosse così sovrana nello sfuggire sempre alla presa, parrebbe quasi di viverla fino in fondo, di accompagnare passo passo i minuti delle sue giornate, vestendoci di volta in volta delle sue estasi - appena vissute o sognate -  o dei suoi stessi strali, gravi di una giustizia che solo la sapienza d'amore rende divina.

Alda Merini ricorda tutto e la memoria di rinascite e tormenti trova spazio in ogni verso, lo marchia e lo consegna alle nostre mani nude, che a volte sanno già e altre volte devono imparare (a vivere, a morire ogni giorno).

"Clinica dell'abbandono" non sembra un libro a sé stante ma il proseguire del discorso, lo sviluppo naturale che la sua vita (e quindi la sua poesia) trova nello scorrere degli anni, nel rifiorire dell'amore o nel suo disfarsi; perché mai si interrompe il suo dialogo poetico col mondo, tutto in lei sgorga liquido naturalmente e  la riflessione sulla vita prende da subito l'andamento di quei versi.
 
Qui, come altrove, la pena della lontananza o dell'abbandono è sempre vissuta in modo assoluto, enorme, biblico: "Quando tu non vieni / le acque del parto / si diffondono in terra / e cade un pensiero meraviglioso", "prima di andare via / smetti di salutarmi / perché io non vivrò a lungo". La sua disperazione per l'assenza "è un gesto di morte fissa", perché la disattenzione uccide sempre chi ama.
C'è in lei l'urgenza e la pretesa di un'amorevole presenza in ogni istante e il dubbio spaventoso che la vicenda d'amore abbia fine: "avrà / tempo da dedicare ai miei giardini / d'inverno .... sarà vanto e dimora dei miei secoli?". Reclama un amore immenso, quasi votivo e da queste sue "montagne ardenti / della solitudine" sente di scrivere parole che, senza gesto d'amore ricambiato, "ricadono nude sopra uno stanco vangelo". 

Poi arriva il suo scagliarsi contro la colpa, "l'orrendo delitto" di chi teme l'amore e lo evita: "in te si è destato il pericolo / nemico supremo dell'amore  / e hai avuto paura di scendere nell'inferno / paura della tua resurrezione". Chiama a voce alta i cuori che"temono il giglio assolato del grande candore / che arde / nel cuore del poeta dentro le lunghe notti" e chiede che tutte le porte le siano aperte perché "l'anima germogli" e si compia il miracolo d'amore.
Essere incapaci d'amare, per Alda Merini, è un reato grave. Un reato contro la vita.

Ma ecco che, tra le tante tribolazioni di chi non vede corrisposta la misura grande del suo bene, di chi non trova mai proporzione tra bisogno e amore ricevuto, si aprono improvvisi squarci di luce e di respiro, tocchi lievi e fioriti di una donna che sa bene anche la gioia e la canta distesamente: "Io mi spargo di fiori ovunque  .... io canto i sentieri della bellezza", e che sa vivere con sacra naturalezza anche quando l'amore si incarna e si fa senso più vivo: "Il suo sperma bevuto dalle mie labbra / era la comunione con la terra" e ancora "Dio ci prese la carne e l'anima / mettendo insieme i confini". Così, un amore felice, pieno, diventa onnipotente e in grado di dare la libertà suprema: "Avevamo con noi i viveri / per molti anni ancora / i baci e le speranze / e non credevamo più in Dio / perché eravamo felici". Ma, allo stesso tempo, sa trasfigurare tutto "Beati coloro che si baceranno / sempre al di là delle labbra / varcando dei gemiti / il confine del piacere / per cibarsi dei sogni".

E proprio intorno a quei sogni ci chiama tutti a raccolta, con un richiamo così potente e vasto che solo un grande poeta ("con una gamba divaricata sul sogno") riesce a non dissipare: "sappiate da un poeta / che l'amore è una spiga d'oro / che cresce nel vostro pensiero / esso abita le cime più alte ...Giovinetti, scendete lungo i rivi / del vostro linguaggio / prendete la prima parola / portatela alla bocca / e sappiate che basta un segno / per far fiorire un vaso".

Noi siamo qui, davanti a questa voce che muove le montagne; da anni ascoltiamo i suoi travagli, le odi alla vita e i suoi "profetici silenzi". Ad ogni nuovo libro scorriamo la sua poesia, cercando col dito la frase capace di salvarci e, in tempi tanto martoriati, troviamo sempre tra i suoi versi uno speciale "vento di sollievo".

Nicoletta Bidoia



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